di Angelo Gandolfi e Claudio Piga

       Home page     Chi siamo     Su Dedalo e i labirinti

 

Chi siamo

 

 

 

 

Le attività di

Dædalvs Lab:

 

per le imprese

 

per la cultura

 

per le persone

 

Economia, Scienza      

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

   
 

Angelo Gandolfi

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Vilfredo Pareto

 

Giochi strategici

Angelo è uno stratega, anche quando non gioca a scacchi. Tanto per cominciare, la sua concezione degli scacchi è ampiamente estensiva, di là di quel che osserva in proposito Edgar Allan Poe nell’introduzione a uno dei suoi racconti più belli, Il delitto della Rue Morgue. Confrontando il gioco del whist con quello degli scacchi, lo scrittore (e poeta) americano osserva che «quando si superano i limiti della pura regola, allora si rivela l’abilità dell’analista». In questo consisterebbe la superiorità del giocatore di whist, che non è concentrato sulla sola regola: «la bravura nel gioco del whist implica la capacità di successo in tutte quelle più importanti imprese dove la mente si batte con la mente». Diciamo allora che Angelo gioca a scacchi come un giocatore di whist, con la massima attenzione per la regola, certo, ma con uno sforzo d’introspezione psicologica non minore di quello che potrebbe vantare il migliore giocatore di whist. Perché è ben vero che il “fattore umano” non è previsto nel gioco degli scacchi, ma chi ha detto che non esiste? Il “pensiero laterale” è una grande risorsa, purché sia evocato – e utilizzato – congruamente e opportunamente.

Bene, Angelo ha esercitato questa sua facoltà di fotografare la realtà tutt’intorno, ricavandone una sorta di ologramma, proprio nel gioco degli scacchi. È una ginnastica mentale alla quale ricorre tutte le volte che la posta in gioco meriti lo sforzo: negli scacchi, nel lavoro, nella vita. Un punto qualificante del metodo di Angelo è quello di non aver un metodo, almeno inizialmente. Così non c’è niente che faccia velo alla realtà effettuale, che gli impedisca cioè di farsi un giudizio prima di aver considerato con circospezione i dati del problema da tutte le angolature. Il metodo viene dopo, ed è sempre diverso.

 

Musica

Un’altra passione di Angelo è la musica. L’ha studiata con quell’acume analitico che ha sviluppato giocando a scacchi. Certo, la tecnica musicale è importante, ma ogni tecnica ha i suoi risvolti psicologici. Sono quelli che hanno sempre affascinato Angelo come discepolo, e che costituiscono il fondamento del suo insegnamento, adesso che è – fra l’altro – maestro di piano. Ha fondato infatti, insieme con il soprano Giustina Kim Gandolfi, la Schola Musicorum Gandulfiana.

 

Sociologia

Uno stratega poteva studiare qualcosa di diverso dalla sociologia? In linea di principio sì, perché tutto quel che deve essere portato a termine nel modo migliore possibile e in una prospettiva economicamente (in senso lato) vantaggiosa richiede una strategia. Ma la sociologia è stata per Angelo Gandolfi, spirito libero, curioso degli uomini, studioso dei loro meccanismi di aggregazione (e disgregazione), una scelta quasi obbligata. Tanto più che la sua sociologia non è quella del giustificazionismo sociologico, quella scodinzolante della difesa dell’esistente, ma una sociologia con i nervi, i tendini e i guizzi d’ingegno della grande tradizione scientifica europea. Quella, per intenderci, di Vilfredo Pareto, il più grande dei sociologi, ma anche ingegnere, economista e matematico.

 

 

 

 

Claudio Piga

 

 

 

 

 

Luigi Belingardi,

garibaldino e uomo d’onore

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Omero

 

Eroici furori

Claudio si rifiuta di fare un bilancio della sua vita, dal quale potrebbe risultare con uguale probabilità che è un fesso, oppure che è un eroe (ma, dice lui, essendo sempre stato consapevole delle conseguenze del proprio operato, sarebbe allora un fesso al quadrato).

Il caso (o il fato) volle che da ragazzo si appassionasse a costruire radio (sostiene Claudio di aver imparato a ragionare praticando la radiotecnica) e si  tuffasse nella lettura dei dialoghi della Scuola di chimica di Ostwald, dai quali trasse il gusto per certi esperimenti dei quali portava i segni nelle mani corrose dagli acidi. Negli stessi anni si entusiasmava leggendo la vita dell’anarchico Michail Bakunin che, dopo esser stato condannato a morte, fu detenuto nella fortezza zarista dei SS. Pietro e Paolo. Trasferito in Siberia, riuscì a evadere per tornare in Europa a predicare il verbo rivoluzionario, passando per il Giappone e gli Stati Uniti. Una vita spericolata e, soprattutto, generosa.

Questi eroici furori giovanili – scientifici e palingenetici – spiegano tutto, afferma Claudio, a meno che non li si voglia far risalire, almeno in parte, al bisnonno garibaldino, Luigi Belingardi (vedi l’immagine accanto, tratta da un dagherrotipo). Ma, in ogni caso, è sempre il fato che regge i fili del tutto, e al fato non si comanda: sarebbe come combattere con le ombre.

Il bisnonno fu con il nizzardo nella sua ultima impresa, in soccorso dei francesi, con i volontari nell’“esercito dei Vosgi”. Nella battaglia decisiva, quella di Digione, le uniche vittorie riportate sui prussiani furono quelle di Garibaldi. Comunque nonno Luigi era un gran fesso anche lui, dice Claudio. Quando i cattolici presero il potere a Bergamo, gli portarono via il posto di lavoro. Fu ridotto pressoché alla fame, ma non volle iscriversi alla massoneria, come alcuni amici gli consigliavano di fare. Preferiva andare a Milano, con altri amici, per visitare cristianamente Turati, in carcere dopo i tumulti sedati dalla “sabauda marmaglia” e dalle cannonate di Bava de Beccaris. Claudio è molto orgoglioso del nonno Luigi anche – e soprattutto – perché era un fesso.

  

Le due culture

L’anno in cui conseguì la maturità Claudio lesse – nell’ombra opaca di una pineta odorosa di resina – un libretto scritto da Charles Percy Snow, il quale lamentava lo iato che separa intellettuali umanisti e scienziati. In particolare, Snow deprecava l’ignoranza scientifica dei primi: «Secondo i più, chi non ha letto Shakespeare, è un ignorante; invece, chi non sa che cosa sia il secondo principio della termodinamica, è uno che non ha tempo da perdere in quisquilie tecniche». Fu una lettura illuminante per Claudio: aveva già deciso che sarebbe stato un “uomo di conseguenza” (ma senza albagia, anzi con un tocco di libertina leggerezza), adesso decise di essere anche un uomo delle “due culture”. Faceva studi scientifici, ma non avrebbe perso di vista quelli umanistici. Quando, molti anni dopo, si accorse di aver dimenticato il latino, tornò a studiarlo a fondo, tanto da parlarlo correntemente. Qualcosa di simile fece per certi capitoli della matematica e della fisica che considera monumenti imperituri dell’ingegno umano.

Gli interessi di Claudio sono rispecchiati nel sito Comminus eminus.

Tre anni dopo la maturità prese un’ultima decisione fondamentale. Si trovava a Parigi, vide una commedia che s’intitolava Je ne veux pas mourir idiot:  a ben pensarci, dice Claudio, niente di straordinario. Ma l’impatto fu enorme, perché decise che non sarebbe morto idiota, perlomeno ci avrebbe provato.

 

Libera professione in libero stato

Mettendo insieme Bakunin, l’amore per la scienza, il trasporto per la civiltà greco-romana, il “sorriso della ragione di Diderot” (gli illuministi sono le sue carte nautiche, la bussola è la ragione) poteva Claudio procurarsi da vivere diversamente da come fa, da libero professionista e uomo libero? No, non poteva, perché bene scrisse Omero: «Zeus dalla voce possente toglie la metà del valore / ad un uomo, appena lo umilia il servaggio» (Od., xvii, 322-23).