| Pellegrinaggio in TerraSanta: 22 Luglio 2008 |
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Martedì, 22 luglio: questa mattina abbiamo un appuntamento speciale. Ci rechiamo infatti presso il Patriarcato latino di Gerusalemme per un’udienza privata con il Cancelliere del Patriarca, il Vescovo Kamal Batish. In una grande e sontuosa sala don Maurizio si e ci presenta, un gruppo di insegnanti di religione da Verona, e poi gli cede la parola. Il vescovo parla benissimo italiano, avendo studiato a Roma e vissuto a Mantova, dice di essere di Nazareth, di aver compiuto 53 anni di sacerdozio e di essere da 15
anni circa tornato stabilmente in Terrasanta. Ci parla apertamente, in modo schietto e diretto, ma anche paterno,
ci colpisce al cuore e lo ascoltiamo attenti per più di un’ora. Riportiamo solo alcune delle frasi che lui ha pronunciato: Non ho mai vissuto così tanta teologia da quando celebro la messa nella grotta dell’annunciazione a Nazareth. Sento Maria vicino a me e lei mi parla, mi fa scoprire sempre qualcosa di più sul mistero di Gesù, qualcosa che poi ho bisogno di mesi per comprendere fino in fondo. Ho capito che il Paradiso sarà nientaltro che la continuazione della scoperta di Gesù che inizia in questa vita.Rivolgendosi poi in particolare a noi dice: Non posso che lodarvi per questo vostro pellegrinaggio. Non si può venire qui senza esserne poi completamente stravolti in questa avventura della vita cristiana. Ne sarete trasformati, non sarete più gli stessi. Il vostro pellegrinaggio non finisce qui. Continuerà a lavorare in voi a partire dalla nostalgia che già sentirete sull’aereo e poi anche nei prossimi mesi. Riguardo poi all’insegnamento della religione dice: Voi che insegnate religione dovete avere il vangelo sempre in testa, molto di più di quanto pensiate. Ciò che ascoltano i bambini da voi è ciò che ricorderanno per tutta la vita. L’importante è il vostro desiderio di dare, date a questi bambini.. Quando infine viene lasciato spazio per domande o interventi personali, Anna si alza in piedi e lo ringrazia, dal profondo del cuore, per le sue parole paterne. Lui risponde: Non dovete ringraziare me, è lo Spirito di Gesù che mi fa parlare e mi fa dire queste cose. È a Lui che io obbedisco. Ho saltato la colazione per venire qui da voi, per fare questo incontro con voi, che ha arricchito anche me. Sono io che devo dirvi grazie. Ne è seguito poi un breve saluto personale e ad ognuno di noi ha detto qualche parola speciale. Un bellissimo incontro, che ci ha nutrito il cuore e lo spirito. Ci dirigiamo così caricati nell’anima ad Ein Karem, all’ospedale Hadassah-Università Ebraica all’interno del quale è presente una sinagoga illuminata dai raggi del sole che filtrano attraverso le magnifiche vetrate di Chagall. Marc Chagall lavorò per due anni alla realizzazione di queste vetrate e fu presente all’inaugurazione, nella quale espresse la sua gioia per aver potuto dare questo modesto dono al popolo Ebraico che sempre ha sognato con amore biblico l’amicizia e pace fra tutti i popoli. Le vetrate rappresentano i 12 figli del patriarca Giacobbe dai quali procedettero le dodici tribù dell’antico popolo ebraico. Ci colpiscono per i colori splendenti e vivaci, meravigliosi, che riempiono figure di animali, pesci, fiori e numerosi simboli ebraici. Don Maurizio ci illustra la vita dell’artista e la sua identificazione con l’intera storia degli ebrei che ha influenzato la sua opera, così come la sua esperienza giovanile nel shtetil di Vitebsk, un piccolo villaggio ebreo dell’est dell’Europa, dove Chagall nacque e trascorse la sua fanciullezza. Andiamo a pranzo nel ristorante di un hotel accanto al nostro e poi risaliamo sul pullman per dirigerci nella Gerusalemme antica. Dopo un po’ ci troviamo bloccati in colonna nel traffico e veniamo a sapere che c’è stato un incidente, scambiato per attentato, che ha portato la città nel caos. Facciamo a piedi l’ultimo tratto e arriviamo alla piscina probatica (in greco delle pecore), luogo di mercato degli animali destinati al sacrificio nel Tempio. Giovanni vi ambienta la guarigione di un paralitico operata da Gesù (Gv 5,1-9). L’idea che un angelo in certi momenti scendesse ad agitare l’acqua (v. 4), che quindi era ritenuta miracolosa, era in realtà da attribuire ad una sorgente sotterranea che faceva muovere le acque. Secondo l’apocrifo Protovangelo di Giacomo Maria abitava qui da piccola, accanto al Tempio, coi genitori Anna e Gioacchino (è questo vangelo apocrifo a offrirci i nomi dei genitori di Maria). Visitiamo lì accanto infatti la Chiesa di S. Anna eretta dai crociati, costruita su una grotta in cui è nata la Madonna e ancor oggi presente nella cripta. Nei pressi della chiesa sorge il seminario dei Padri Bianchi ai quali appartiene sia la chiesa che la piscina probatica. Salendo dalla chiesa di S.Anna verso la città vecchia sulla destra entriamo nel convento francescano della Flagellazione. Il pavimento sarebbe stato identificato come il Litostroto (in greco lastricato) citato da Giovanni (Gv 19, 12-16). Su una di queste lastre pavimentali è raffigurato il cosiddetto gioco del re che i soldati romani fecero con Gesù. Sulla base di questi reperti è probabile che qui fosse da collocare la Fortezza Antonia, eretta da Erode per il controllo della Spianata del Tempio. Alla sua morte era divenuta sede della guarnigione romana. È da qui che prende il via uno dei momenti più intensi di ogni pellegrino che si rechi a Gerusalemme: la Via Crucis o Via Dolorosa. Il percorso è autentico nelle sue tappe iniziali (la cappella della Condanna) e finali (il Santo Sepolcro). A turno quattro di noi portano la croce, mentre un’altra persona legge le diverse stazioni. Ci muoviamo lentamente lungo i viottoli stretti e affollati del suk, in mezzo a gente che urla, vende o compra, bambini che corrono, odori di spezie eppure ci sembra che tutto questo non ci tocchi, ma che anzi non faccia altro che intensificare la concentrazione e la preghiera. Siamo venuti da lontano e siamo qui per questo, per essere con Gesù sofferente, e il nostro desiderio di partecipare al suo dolore è ben più grande di qualsiasi altra distrazione esterna. E poi lo stesso Gesù è passato portando una pesante croce in mezzo a gente indifferente e distratta. Le prime nove stazioni sono distribuite nella città vecchia, mentre le ultime sei si commemorano all’interno della Basilica del S. Sepolcro che raccoglie sia il Calvario (più che una collina, uno sperone roccioso altro 5-6 metri) che il Sepolcro di Cristo. Il vero nome della basilica dovrebbe essere quello usato dai greci ortodossi, Anastasis, Risurrezione, ma tra gli occidentali è prevalsa la definizione di S. Sepolcro. Fu la madre di Costantino, Elena, che ritrovata la croce di Cristo iniziò la costruzione di una basilica a pianta circolare sul S. Sepolcro. Distrutta, la basilica risorse con i crociati ed è quella che è giunta fino a noi. È divisa secondo criteri rigorosi di spazio e di tempo (orari precisi per le rispettive celebrazioni) tra greci ortodossi, francescani e armeni ed è stata restaurata in seguito ad un accordo tra le varie comunità cristiane dopo la visita di Paolo VI del 1964. Varcata la soglia, saliamo sulla destra su una ripida scaletta che conduce alla cappella del Calvario, divisa in due settori. Il primo è di proprietà dei Francescani e commemora la crocifissione di Gesù e qui si celebra ogni mattina ad un preciso orario l’Eucarestia. Il secondo lì accanto, di proprietà greco-ortodossa, è il luogo in cui è stata eretta la croce di Cristo. È possibile mettendosi in fila inginocchiarsi e far scivolare il braccio giù, lungo un’apertura per toccare la roccia in cui è stata conficcata la croce. C’è un agitato ortodosso a controllare che nessuno scatti foto sul posto (occorre fare il giro e andare dietro) e non si risparmia nel rimproverare chi prova a fare il contrario. Da qui un’altra scala permette di ridiscendere e nell’atrio possiamo vedere e toccare la pietra dell’unzione. Secondo la tradizione qui sarebbe stato deposto il corpo di Cristo per essere avvolto in bende e oli aromatici. Continuando nella visita della basilica, scendiamo alla Cappella di S. Elena, di proprietà degli armeni e sulla destra un’altra scala ci porta alla cappella del Ritrovamento della croce, dove secondo la tradizione Elena avrebbe ritrovato la croce di Cristo. Risaliti sul piano della basilica proseguiamo lungo la navata laterale che conduce al Calvario da cui siamo partiti. Sotto il Calvario si incontra la cosiddetta Cappella di Adamo, nella quale una roccia spaccata in due evocherebbe il terremoto avvenuto alla morte di Cristo. Un’antica credenza popolare giudeo-cristiana riteneva che proprio qui fosse sepolto il primo uomo. Il sangue di Cristo sarebbe sceso sul teschio del padre dell’umanità redimendolo dal male con tutta la sua genealogia. È sulla base di questa simbologia che nelle raffigurazioni delle Crocifissioni si usava porre un teschio ai piedi della croce. Infine il luogo più sacro: il tempietto del Santo Sepolcro, al centro della rotonda dell’Anastasis, di proprietà dei greci-ortodossi. Ci mettiamo in fila e pazientemente aspettiamo di poter entrare. Entriamo in gruppi di quattro persone in un piccolo atrio che era davanti alla tomba il cui ingresso era chiuso da una pietra rotonda. Questo atrio è detto Cappella dell’Angelo in ricordo dell’apparizione dell’angelo alle donne che per prime si recarono al sepolcro. Una minuscola porta immette in una piccola stanza che custodisce la roccia sulla quale era stato deposto il corpo di Cristo. La roccia è ricoperta da una banco di marmo per protezione. Qui ci inginocchiamo in preghiera. Ma ahimè dopo qualche secondo quell’atmosfera intensa e carica di spiritualità è interrotta dalla voce del guardiano che ci dice di uscire il nostro tempo è scaduto! Siamo costretti a lasciare questo posto e io, Teresa, sento un moto di irritazione come se fossi stata strappata via dal grembo materno! Qualcosa è rimasto incompiuto e non sarò contenta finché non avrò avuto ancora qualche momento di preghiera sul sepolcro di Cristo. Intanto però c’è la Messa in una cappella lì accanto, alla quale tutto il nostro gruppo partecipa. Alla fine, il segno della resurrezione: con un profumatissimo olio di nardo don Maurizio ci unge le mani e ci dice: Come profumo si espanda la tua fede operosa in Gesù uomo nuovo. Le nostre celebrazioni sono davvero speciali! Terminata la messa termina anche la nostra visita alla Basilica. Ma in me, Teresa, rimane ancora un desiderio insoddisfatto. Così passando davanti al Santo Sepolcro vedo che la fila è sparita e decido di entrare. Il mio desiderio è condiviso anche da Milena: anche lei era con me e anche lei era rimasta delusa per essere stata costretta ad andar via così in fretta. Così ci ritroviamo entrambe in ginocchio a pregare il Signore non ha permesso che ce ne andassimo con questa sensazione di incompiutezza nel cuore! E Lo ringrazio per averci dato ancora qualche momento per stare con Lui. Non importa se dopo uscendo dalla Basilica rimango indietro dal gruppo e mi perdo nel suk ne è valsa la pena! Poi dopo un po’ vedo spuntare don Maurizio che è venuto a cercarmi! E ringrazio anche lui! Sul pullman don Maurizio ci illustra un’opera di Otto Dixel: Resurrezione: il sudario è nero così come la tomba; c’è una contrapposizione tra il buio e la luce del corpo e del viso di Cristo i cui occhi sono aperti verso la luce nuova dell’alba. Dopo cena in hotel prepariamo la valigia per la partenza di domani. Ma non vogliamo proprio pensarci a partire e così un gruppo esce per le strade di Gerusalemme by night e finisce a bere qualcosa in un locale, un altro se ne resta nel bar dell’hotel a chiacchierare. È la nostra ultima sera a Gerusalemme e in Terrasanta! |